Blog / 09.07.2018

Cancro e infertilità femminile: cosa c’è da sapere

Cancro e infertilità femminile 1Cancro e infertilità femminile sono due delle condizioni più difficili da affrontare per qualsiasi donna e lo diventano ancora di più quando l’uno rischia di diventare causa dell’altra. Scoprire di avere un tumore è una notizia spesso improvvisa e devastante, ma lo è in modo particolare per chi desidera diventare genitore e vede questa possibilità pregiudicata dai trattamenti necessari per combattere la malattia. Allo stesso modo, spesso in chi ha scoperto di non poter avere figli si aggiunge la paura che l’infertilità e in particolare i trattamenti ormonali somministrati in un percorso di PMA possano trasformarsi in fattori cancerogeni.

Secondo i dati, il 3% dei tumori colpisce pazienti sotto i 40 anni, con una netta prevalenza del sesso femminile. I tumori più frequenti sono quelli che interessano la mammella, la tiroide, la cervice uterina, il colon-retto e l’ovaio, senza dimenticare i melanomi, i sarcomi, i linfomi e le leucemie. Vediamo insieme qual è il loro legame con l’infertilità femminile e come è possibile evitare che la fertilità risulti irreparabilmente compromessa dalle cure oncologiche.

Cancro e infertilità femminile: sono correlati?

Il primo aspetto su cui concentrarsi per riflettere su cancro e infertilità femminile riguarda l’esistenza di un legame tra le due condizioni: l’infertilità è associata a un maggiore o un minore rischio di incidenza tumorale? E ancora: i trattamenti di stimolazione ovarica spesso necessari per poter potersi sottoporre a percorsi di fecondazione assistita aumentano le possibilità di sviluppare una neoplasia?

Non ci sono, al momento, prove certe che dimostrino che le terapie per l’infertilità causino significative modificazioni del rischio di cancro: la maggioranza degli studi non ha evidenziato una maggiore incidenza tumorale in chi si è sottoposta a una stimolazione ovarica, «ci sono tuttavia discrepanze e limiti alla validità di questi studi per la metodologia, il limitato numero di casi o la breve durata dei controlli». In ogni caso, aggiungono gli esperti: «Se si desidera ridurre significativamente il rischio di cancro è preferibile adottare stili di vita più salubri (es. mangiare di meno e fare più attività fisica) e sottoporsi regolarmente ai programmi di screening. […] Rinunciare alle procedure di procreazione assistita per il timore di neoplasie probabilmente è inutile. Ricorrervi tardi per queste paure è potenzialmente dannoso per la salute individuale, della coppia e del bambino che si desidera».

>> Leggi anche: Infertilità femminile: quali sono gli esami da effettuare? <<

Cancro e infertilità femminile: quali trattamenti antitumorali possono compromettere la fertilità?

Cancro e infertilità femminile trattamenti oncologiciParlando di cancro e infertilità femminile, però, l’aspetto su cui ci si interroga di più è come impedire che un tumore – o meglio le terapie per combatterlo – possano pregiudicare la possibilità di avere figli. Una questione che si fa sempre più importante, soprattutto per l’innalzamento dell’età al primo figlio – per cui gli oncologi si ritrovano a confrontarsi sempre più spesso con pazienti che non hanno ancora concluso il proprio ciclo riproduttivo – e dopo la conferma che una gravidanza dopo un tumore non peggiora la prognosi oncologica né aumenta il rischio di recidiva.

A compromettere la fertilità possono essere sia i trattamenti locali (radioterapia o chirurgia) che quelli sistemici (chemioterapia e terapia ormonale). Nelle donne, infatti, «la fertilità può essere compromessa da qualsiasi trattamento che riduca il numero dei follicoli primordiali, che colpisca  l’equilibrio ormonale o che interferisca con il funzionamento delle ovaie, delle tube, dell’utero o della cervice».

L’asportazione chirurgica può danneggiare totalmente le funzioni dell’apparato riproduttivo femminile o può ridurle parzialmente: il primo è il caso dell’asportazione totale di utero, ovaie o tube, il secondo, ad esempio, la rimozione di un’unica ovaia, che riduce il potenziale fertile della donna ma non lo compromette irrimediabilmente. 

Nel caso della radioterapia, se somministrata a livello pelvico o addominale possono esserci danni irreversibili alle ovaie o all’utero dovuti alle irradiazioni, ma anche i trattamenti utilizzati per il trattamento di neoplasie cerebrali possono rivelarsi dannosi per la fertilità femminile, poiché potrebbero interferire con la normale secrezione ormonale regolata da ipofisi e ipotalamo. 

Causando cambiamenti anatomici o della vascolarizzazione a carico delle strutture genitali, chirurgia e radioterapia «possono impedire il concepimento naturale e il successo della gravidanza anche in presenza di funzione ovarica  conservata» e richiedere quindi un successivo ricorso alla fecondazione assistita.

La chemioterapia, che prevede l’impiego di farmaci “sistemici” (che non colpiscono esclusivamente le cellule tumorali ma anche i tessuti sani, tra cui quello ovarico) può invece determinare una riduzione, se non un esaurimento, della riserva ovarica.

Anche se il fattore tossico è diverso da farmaco a farmaco, tutti i chemioterapici possono danneggiare le ovaie; ovviamente, l’entità del danno varia anche in relazione ad altri fattori, legati sia al farmaco stesso (tipologia, dosaggi…) che a caratteristiche individuali della paziente, in particolare l’età. Quanto più la paziente si avvicina alla menopausa fisiologica, tanto maggiore è il rischio che la chemioterapia acceleri l’esaurimento della riserva ovarica.

La scelta della strategia da seguire per tutelare le proprie capacità riproduttive dipende innanzi tutto dal tipo di tumore, ma anche dalla tipologia di trattamento necessaria e dal tempo a disposizione prima di iniziare la terapia, senza tralasciare l'età della paziente e la presenza o meno di un partner. Nel 2016, solo il 10% delle coppie in età riproduttiva in cui uno dei partner era stato colpito da tumore ha intrapreso un percorso di preservazione della fertilità. È di fondamentale importanza che siano in primo luogo gli oncologi a spiegare le possibili implicazioni dei trattamenti oncologici sull’apparato riproduttivo e che le coppie possano immediatamente accedere a un counseling specialistico per capire se e come è possibile intervenire.

Cancro e infertilità femminile: preservare la fertilità con la crioconservazione

Cancro e infertilità femminile crioconservazione ovuliUna delle strategie che possono aiutare a preservare la fertilità femminile è la crioconservazione (tramite vetrificazione) degli ovuli o degli embrioni.

Dopo una stimolazione ovarica gli ovociti della paziente saranno prelevati durante un piccolo intervento in sedazione leggera e, grazie all'impiego di crioprotettori, saranno congelati in azoto liquido a -196° per essere conservati a tempo indefinito.

Nel secondo, prima di essere conservati gli ovuli saranno fecondati con il seme del partner (o di un donatore, nel caso il partner fosse sterile) e gli embrioni saranno tenuti in coltura per 2,3 o 5 giorni. Successivamente, gli embrioni saranno vetrificati e conservati.

Questo permetterà alla paziente di poter accedere al proprio materiale biologico al termine delle cure (o in seguito) e di intraprendere un ciclo di PMA.

È importante sottolineare che queste tecniche prevedono necessariamente una stimolazione ovarica per aumentare il numero di ovociti recuperati in un unico ciclo mestruale: di conseguenza, possono rappresentare un’alternativa solo nel caso sia possibile posticipare l’inizio delle terapie anti-tumorali.

>> Leggi anche: Vetrificazione di ovuli ed embrioni: come funziona? <<

Cancro e infertilità femminile: l’ovodonazione

Cancro e infertilità femminile ovodonazione

Cosa si può fare, invece, nei casi in cui la chemioterapia abbia già compromesso la riserva ovarica  o siano state asportate le ovaie ma il resto dell’apparato riproduttivo abbia mantenuto inalterate le sue funzionalità?

Una soluzione può essere rappresentata dall’ovodonazione, o fecondazione eterologa femminile. In questo caso, gli ovuli di una donatrice anonima verranno inseminati con spermatozoi del partner e, dopo la coltura, saranno trasferiti in utero. La paziente, prima del trasferimento, dovrà sottoporsi a un trattamento farmacologico e a monitoraggi ecografici per un’adeguata preparazione dell’endometrio.

>> Leggi anche: Ovodonazione: cosa è e come funziona l’eterologa femminile? <<

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