/ 25.03.2020

La mia corsa contro il tempo

La mia avventura alla ricerca di una gravidanza è cominciata a 46 anni. Quando ho incontrato il mio compagno di vita abbiamo sentito entrambi il desiderio di formare una famiglia, ma per la mia età sapevo di essere già molto in ritardo e quindi mi sono messa subito alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarci.

Senza alimentare speranze il mio ginecologo ci consigliò di provare con un centro di fecondazione assistita. Mi ricordo di aver sentito una grande pressione psicologica perché sapevo di non avere molto tempo a disposizione. Nell’ordine mi sono rivolta prima a un centro di Bologna e successivamente a uno di Perugia. Due tentativi di fecondazione in vitro andati molto male. La mia riserva ovarica era limitata e quei pochi e deboli ovociti prelevati non superavano i transfer.

Sapevo di essere un caso complicato ma quel che più mi ha ferito è stata la mancanza di un sostegno psicologico da parte dei medici, come se stessi inseguendo da sola qualcosa di impossibile. Era un atteggiamento freddo che colpiva anche altre donne che come me provavano ad avere un figlio superati i 45 anni. Solo dopo ho capito che non ero stata messa nella condizione giusta per affrontare il percorso nel migliore dei modi.

Ho conosciuto la clinica Raprui tramite passaparola, mia cugina era stata loro paziente e me ne ha parlato dopo aver avuto grazie a loro il suo primo figlio. Mi ha parlato così bene della clinica che ho ripreso subito coraggio lasciandomi alle spalle il ricordo dei precedenti fallimenti. In tempi rapidissimi ho fissato il primo appuntamento e fatto tutti gli accertamenti del caso, facendo analisi che nelle altre strutture non mi avevano neanche richiesto. In questo tutto lo staff, dalla dott.ssa Monica Antinori al Dott. Cerusico, hanno dimostrando subito una grande attenzione ai dettagli.

Ho insistito per provare nuovamente con i miei ovuli ma purtroppo non ne avevo più. È stata proprio la Dott.ssa Monica Antinori a darmi la notizia, con un bacio sulla fronte di una delicatezza e un’umanità che mi hanno dato la forza e la certezza di essere nel posto giusto.

L’alternativa era l’ovodonazione. Abbiamo quindi provato con gli ovuli di una donatrice giovane, ma nulla. Dopo questo transfer andato male ho letteralmente chiesto aiuto. Temevo che nessun embrione avrebbe mai attecchito e mi hanno supportato anche con l’intervento di una bravissima psicologa. Grazie a loro non mi sono abbattuta tanto da riprovarci, perché ero convinta che fossero gli unici in grado di potermi aiutare. Abbiamo fatto un secondo tentativo, con ovuli di una donatrice più giovane, ed è stata la volta buona.

Ora sono già tre anni che abbraccio mio figlio e non mi sembra ancora vero di esserci riuscita a 50 anni.

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