Estensione della coltura a blastocisti. Chi sta affrontando un percorso di fecondazione in vitro può trovarsi di fronte a questa terminologia e rimanerne disorientato. Cosa significa? Perché e quando è utile o necessaria tale metodica? È una maggiore garanzia di successo? Comprendere bene questi aspetti, e le dovute risposte, è particolarmente importante poiché aiuta ad affrontare il trattamento con maggiore consapevolezza e meno ansie. Di fatto consiste nel lasciar sviluppare in vitro gli embrioni fino a 5-6 giorni, anziché i tradizionali 3, con l’obiettivo del raggiungimento dello stadio in cui fisiologicamente, nell’organismo femminile, avviene il raggiungimento nell’utero per l’impianto, ovvero allo stadio di blastocisti. Questa strategia viene talvolta descritta come una forma di selezione naturale in provetta, poiché non tutti gli ovociti fecondati raggiungono tale sviluppo e trasferirne uno che non ha le caratteristiche per sopravvivere inficerebbe tutto l’iter. Certamente questa espressione non è sinonimo di gravidanza a termine, ma è indicativa di una possibilità maggiore di attecchimento, poiché consente di individuare gli embrioni con maggiori capacità di continuare spontaneamente il proprio percorso di sviluppo. Vediamo meglio nel dettaglio.

Cosa sono le blastocisti e perché sono importanti nella PMA
Blastocisti: una parola complicata. Di cosa si tratta? Dopo la fecondazione, l’embrione attraversa diverse fasi di sviluppo. Inizialmente si forma lo zigote, tra il secondo e il terzo giorno si trova in una fase caratterizzata da poche cellule; intorno al quarto raggiunge lo stadio di morula, mentre tra il quinto e il sesto diventa una blastocisti. Questa presenta una struttura molto più complessa rispetto ai primissimi giorni, maggiormente completa; possiede una cavità, chiamata blastocele, e cellule che si organizzano principalmente in due componenti: una interna, dalla quale si svilupperanno i tessuti dell’embrione, e il trofoectoderma, esterno dal quale avranno origine la placenta ed i tessuti di supporto. Non tutti gli embrioni che si formano in natura o durante un trattamento di PMA raggiungono questo stadio di sviluppo: mediamente si parla di circa il 35-40 %, anche se tale valore può variare sensibilmente in base alle caratteristiche della coppia, come l’età, alla qualità dei gameti e alle condizioni di coltura. Tale dato non deve comunque scoraggiare. Anzi. Rappresenta una selezione naturale, che in un percorso di PMA, fornisce agli specialisti un’informazione preziosa sulla capacità di sviluppo degli embrioni, al fine di selezionare per il transfer in utero, quelli più forti.
Selezione naturale in vitro: cosa succede tra il terzo e il quinto giorno
Per comprendere la cosiddetta selezione naturale in vitro è importante capire come funziona quella fisiologica e considerare che lo sviluppo degli embrioni non è un processo automatico e semplice, ma un percorso in cui si devono superare una serie di passaggi biologici complessi e coordinati. Alcuni embrioni riescono nell’intento, mentre altri rallentano o arrestano il loro sviluppo già prima di raggiungere lo stadio di blastocisti, ovvero entro 5 giorni dalla fecondazione. In una PMA estendere la coltura sino a questa fase significa quindi osservare il comportamento evolutivo degli embrioni, ed attendere, per il transfer, al fine di individuare i migliori, cosa che in uno stadio più precoce non sarebbe possibile. In laboratorio gli embriologi, infatti, monitorano quotidianamente lo sviluppo e valutano parametri morfologici, come la progressione delle divisioni cellulari, l’organizzazione della blastocisti, il grado di espansione e le caratteristiche della massa cellulare interna e del trofoectoderma. Nello specifico, tra il terzo ed il quinto giorno alcuni embrioni, quindi, possono arrestare il loro percorso biologico, a causa di alterazioni, che ne compromettono la capacità di proseguire lo sviluppo. Da qui una classificazione che permette di scegliere per il trasferimento, le blastocisti con caratteristiche più favorevoli. Questo aspetto però merita una spiegazione ulteriore: la coltura, normale o prolungata che sia, permette un’osservazione importante, ma non rappresenta le certezze di un test genetico. Ciò significa che una blastocisti non è necessariamente “sana”, così come un embrione che non raggiunge tale stadio, non ha necessariamente anomalie genetiche. Una coltura prolungata a 5 giorni offre dunque una migliore selezione degli embrioni, che è particolarmente preziosa per molte coppie, ma non è una garanzia totale di successo.
Vantaggi della coltura a blastocisti: dal laboratorio al transfer
I vantaggi di tale approccio sono comunque importanti ed il primo, maggiormente evidente, è quello di trasferire un embrione che è già stato in grado di superare le prime fasi complesse dello sviluppo, per arrivare allo stadio di blastocisti, che è quello in cui, in un concepimento naturale, si arriva all’impianto. Anche questa maggiore corrispondenza temporale tra sviluppo embrionale e ambiente uterino rappresenta un vantaggio prezioso. Infine, la possibilità di selezionare una blastocisti con caratteristiche morfologiche favorevoli può favorire il transfer di un singolo embrione, contribuendo a ridurre il ricorso al trasferimento di più embrioni e, di conseguenza, il rischio di gravidanza multipla. Chiaramente, non per tutte le coppie è necessaria la coltura prolungata, ma dipende dai singoli casi individuati dallo specialista. È utile, ad esempio, quando si ritiene doverosa una diagnosi genetica preimpianto (PGT), poiché questa necessita la biopsia di cellule del trofoectoderma. La tecnologia, da sola, non sostituisce dunque la competenza dell’équipe. La qualità dei sistemi di coltura, il controllo dell’ambiente di laboratorio, le apparecchiature, i protocolli e l’esperienza degli embriologi sono elementi essenziali per accompagnare correttamente lo sviluppo embrionale ed ottimizzare le possibilità di successo.
Coltura a blastocisti: una scelta personalizzata nel percorso di PMA
“Meglio fare il transfer al terzo giorno o aspettare la blastocisti?”. Questo dubbio è tipico in molte coppie, ma non esiste una risposta univoca dunque. L’obiettivo di un corretto percorso di PMA deve essere quello di individuare la strategia terapeutica migliore per il singolo caso, al fine di aumentare le possibilità di arrivare a una gravidanza evolutiva. L’estensione della coltura, dunque, può essere particolarmente interessante quando sono disponibili più embrioni e si desiderano ottenere maggiori informazioni sulla loro capacità di sviluppo, oppure in situazioni selezionate come precedenti fallimenti di PMA o la necessità di eseguire una PGT. Al contrario, quando il numero di embrioni è molto basso, la decisione richiede una valutazione ancora più personalizzata. Ed infine va ribadito un concetto: arrivare a blastocisti non significa garantire l’impianto o la nascita di un bambino. Anche una blastocisti con caratteristiche morfologiche eccellenti può non impiantarsi. L’aspetto osservato al microscopio fornisce informazioni preziose, ma non consente di conoscere tutte le caratteristiche biologiche. La personalizzazione del percorso di Procreazione Medicalmente Assistita, è dunque fondamentale e questa comprende una approfondita valutazione clinica, competenza embriologica e tecnologie di laboratorio. Il centro per la fertilità Raprui garantisce questo iter e tutta la professionalità necessaria. Qui tutti i contatti per un primo appuntamento ed una consulenza mirata.




