Una delle ansie principali per le donne che affrontano un percorso di fecondazione assistita è quella che riguarda la sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS, Ovarian Hyperstimulation Syndrome), una condizione, piuttosto pericolosa, che può svilupparsi nel corso della terapia ormonale che viene somministrata per favorire la crescita di più follicoli contemporaneamente, piuttosto che uno solo come avviene in modo fisiologico. Di fatto si tratta di una risposta eccessiva delle ovaie ai farmaci, ma che può essere prevenuta tranquillamente, grazie a protocolli medici oggi sempre più personalizzati, a un monitoraggio accurato e alle moderne strategie di prevenzione: se ci si affida a specialisti di comprovata esperienza, il pericolo di incappare in tale complicanza si riduce significativamente. Ecco tutto quello che occorre sapere al riguardo.

Sindrome da Iperstimolazione Ovarica: è possibile prevenirla?

Cos’è la sindrome da iperstimolazione ovarica e quali rischi comporta

Durante un percorso di fecondazione assistita, spesso la paziente viene sottoposta ad una terapia farmacologica che ha lo scopo di far maturare un numero maggiore di follicoli ovarici, anziché uno singolo, come avviene in natura, per avere più ovuli da fecondare. Questo è necessario durante un trattamento con FIVET o ICSI, ma talvolta anche con iter più semplici come la IUI o rapporti mirati. Tale terapia viene dunque definita come stimolazione ovarica e si esegue con la somministrazione di gonadotropine, quali l’ormone follicolo stimolante (FSH). In alcune donne però, le ovaie possono rispondere in maniera particolarmente intensa e può quindi svilupparsi la Sindrome da Iperstimolazione Ovarica. Questa è legata soprattutto a un aumento della permeabilità dei vasi sanguigni: parte dei liquidi può fuoriuscire dai vasi e accumularsi nella cavità addominale, inducendo un’ascite, oppure nei casi più severi, può svilupparsi anche un’alterazione dell’equilibrio dei liquidi e degli elettroliti. Le ovaie, inoltre, possono diventare aumentate di volume, in modo eccessivo. Comunemente, tale condizione si presenta in modo lieve e transitorio, assolutamente non pericoloso. Le forme moderate o severe sono invece poco frequenti, ma richiedono un’attenta valutazione perché possono comportare disidratazione, alterazioni della funzione renale, difficoltà respiratoria e un aumento del rischio di eventi tromboembolici. Pazienti con ovaio policistico, elevati livelli di AMH (ormone antimulleriano) o con una previsione di elevata risposta alla stimolazione, sono maggiormente soggette allo sviluppo di tale condizione. Per questo motivo, prima di ogni stimolazione ovarica è importante una valutazione approfondita del rischio.

Iperstimolazione ovarica, i sintomi da non trascurare

Ma come si fa a capire se si è sviluppata una sindrome da iperstimolazione ovarica durante il trattamento? Riconoscere tempestivamente i sintomi dell’OHSS è fondamentale: una sensazione di gonfiore, tensione addominale o lieve fastidio possono svilupparsi durante la terapia ormonale, senza necessariamente rappresentare un campanello d’allarme. Sono considerati disturbi normali. È invece opportuno contattare subito lo specialista prescrittore, se compaiono o aumentano:

  • dolore addominale
  • gonfiore eccessivo
  • nausea e vomito, specie se persistenti
  • rapido aumento di peso, nell’arco di pochi giorni, che può essere dovuto alla ritenzione di liquidi.

Particolare attenzione, in tal senso, deve essere prestata anche alla riduzione della quantità di urine emesse, ad eventuali difficoltà respiratorie, dolore toracico, forte debolezza o sintomi improvvisi e intensi: possono indicare una forma più severa e richiedono una valutazione medica tempestiva. La diagnosi di Sindrome da Iperstimolazione Ovarica non si basa comunque sui sintomi isolati. Il medico può utilizzare visita, ecografia e, quando necessario, esami del sangue per valutare la risposta ovarica e le condizioni generali della paziente.

Desideri una consulenza?

Chiamaci all' 800-761999

Si può prevenire la sindrome da iperstimolazione ovarica?

Dunque, si può ridurre il rischio di sviluppare tale condizione e come? Assolutamente sì. La prevenzione comincia prima della stimolazione, attraverso la valutazione della riserva ovarica e delle caratteristiche individuali della paziente. L’obiettivo non è semplicemente ottenere il maggior numero possibile di ovociti, ma trovare il giusto equilibrio tra efficacia del trattamento e sicurezza. Ciò avviene con la personalizzazione della dose delle gonadotropine da somministrare, sulla base della risposta ovarica attesa, e per fare ciò è importante anche il monitoraggio ecografico e ormonale durante il trattamento: tali indagini mirate consentono al medico di modificare i dosaggi in funzione di come stanno crescendo i follicoli. Se già si conosce un rischio elevato di OHSS, le attuali raccomandazioni indicano come strategia preferenziale l’impiego di protocolli con antagonisti del GnRH, che consentono di modulare la stimolazione e ridurre il rischio rispetto ad alcuni protocolli alternativi. Un ruolo importante può avere anche il tipo di “trigger”, cioè il farmaco che induce la maturazione finale degli ovociti prima del prelievo: nei casi a rischio, l’utilizzo di un agonista del GnRH è considerato una delle strategie di prima scelta. La prevenzione, quindi, non consiste in una singola misura, ma in un insieme di decisioni cliniche costruite sulla persona: valutazione del rischio, scelta del protocollo, dosaggio dei farmaci, monitoraggio e, quando necessario, modifica della strategia terapeutica.

Prevenire la Sindrome da Iperstimolazione Ovarica, a chi rivolgersi?

Per chi sta approcciando alla PMA e alla stimolazione ovarica, comprendere bene tutte queste terminologie, pratiche e rischi connessi è importante, per permettere di affrontare tutto il percorso con maggiore consapevolezza e dunque serenità. Questa soprattutto non può prescindere dalle competenze del medico specialista in medicina della riproduzione a cui ci si affida. Presso Raprui, centro di eccellenza italiana in questo campo, si riceve un trattamento personalizzato, secondo le linee guida internazionali, con monitoraggi costanti e l’impiego di tecnologie avanzate, per rendere il percorso di fertilità il più possibile sicuro e di successo. Per capire quale strategia sia più adatta alla propria situazione e chiarire dubbi su sigle, farmaci e procedure, è possibile contattare Raprui e richiedere un consulto con gli specialisti della clinica. Basta cliccare qui.

 

 

Lascia un commento e se desideri una consulenza inserisci il tuo numero di telefono